L’esca di David Albahari, recensione

di Barbara Commenta

L’esca è un romanzo breve ma intenso, il cui protagonista, aspirante scrittore serbo emigrato in Canada, decide di riascoltare la storia della sua famiglia e della guerra incisa da sua madre, dapprima riluttante, su di un magnetofono.

Riprendere i nastri, significa non solo ricordare la storia dei suoi genitori, ma anche dei giorni in cui, tornato dal Canada, lui stesso si accingeva a ricomporre la propria storia personale.

I momenti passati con sua madre, i suoi tentativi di farla sentire a proprio agio davanti al microfono, le loro frammentarie conversazioni a ridosso della narrazione, tutto si compone sotto i nostri occhi con pennellate precise ed efficaci.

Il romanzo, tuttavia, è ben più di questo perché ci offre diversi piani di lettura: seguiamo infatti la storia di una donna serba che si converte all’ebraismo, ma che poi per salvare i propri figli dall’olocausto insegnerà loro il segno di croce; seguiamo la storia dello scrittore, che allontanatosi dalla sua patria si ritrova senza lingua madre e cerca di ricostruire la propria identità proprio a partire dai racconti materni; seguiamo le sue conversazioni canadesi con un altro scrittore, che compone di capitolo in capitolo una sorta di mini manuale di scrittura creativa.

L’esca, dunque, è un libro pieno di spunti di riflessione e io lo prenderei in considerazione in vista della Giornata della Memoria. Ricordare l’Olocausto, infatti, non credo abbia valore se poi non si cerca di aumentare la comprensione di alcuni avvenimenti storici.

Questa volta leggiamo dei massacri degli ebrei per via traversa, ma è interessante che la donna che ne racconta è il punto di congiunzione tra quelle terribili violenze e quelle che caratterizzeranno poi quelle della ex Jugoslavia. La madre del protagonista perde la prima famiglia durante la seconda guerra mondiale e quando pensa di avercela fatta ecco che la storia sembra colpire di nuovo.

Qui si apre tutto un discorso sull’appartenenza e l’identità e il pregiudizio che è davvero complesso ridurre in un post. Sicuramente però non sarebbe male, ad esempio nelle scuole, ricostruire gli avvenimenti storici attraverso i romanzi: laddove le date non dicono nulla, le storie personali invece raccontano in modo chiaro e consentono al lettore di immedesimarsi più di tanti discorsi astratti.

La scrittura, ha detto, è la ricerca di una vera misura fra reale e irreale, e quando quel sottile equilibrio non si crea, ha detto, la scrittura si trasforma in una propaganda inutile, a prescindere che si tratti di un eccesso di realtà, come nel realismo socialista, o di un accumulo di irrealtà, come nel realismo magico. Del resto, ha detto, per questo è tanto difficile scrivere di storia, perché la storia, ha detto, ci terrorizza con la sua onnicomprensività e ci ammalia con tutte quelle possibilità che si sarebbero potute o meno avverare. Un brutto romanzo storico, ha detto, si può scrivere in un giorno, mentre te ne stai comodamente seduto al fresco nella tua stanza, dopo che gli eventi che descrivi sono accaduti, e attribuisci ai tuoi eroi la sovrannaturale facoltà di sapere ciò che nella vita concreta, nella storia reale, non potevano sapere in alcun modo.

Autore: David Albahari
Titolo: L’esca
Traduzione di Alice Parmeggiani
Editore: Zandonai
Anno: 2008
Pagine: 128
Prezzo: € 13,50
ISBN: 978-88-95538-13-6

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