Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, recensione

di Valentina Cervelli Commenta

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Non ho mai avuto molta simpatia per Alexandre Dumas, ma quando ci si trova davanti a dei classici come “Il Conte di Montecristo“, si tentano di mettere la parte le antipatie e qualche piccolo risentimento stilistico e ci si prova a leggerlo. Anche se il libro sembra non rientrare perfettamente nelle proprie corde.

Questa volta, con “Il Conte di Montecristo“, devo dire che mi ha detto bene rispetto ad altre sperimentazioni simili fatte in passato. E di sicuro tutto è dipeso dalla storia scritta da Alexandre Dumas. Tutti la conoscete sicuramente ma immaginatevi cosa possa significare empatizzare con la storia di un uomo al quale l’intera vita è stata sottratta proprio al suo apice, quando aveva fortuna ed era in procinto di sposare la donna della sua vita. Un complotto ed il nostro protagonista viene rinchiuso in una prigione per ben 14 anni. Dalle “ceneri” di Edmond Dantes nasce il Conte di Montecristo, un uomo saggio, ricco (grazie all’abate Faria, N.d.R.)e spietato che decide di vendicarsi di chi gli ha rovinato la vita.

Ma è mentre questo suo disegno si compie che il nostro protagonista capisce che la vendetta per quanto soddisfacente non fa altro che metterlo allo stesso livello dei suoi carnefici. E quale modo esiste per uscire dal circolo vizioso che un tale crudo sentimento causa? Solo il perdono. E l’uomo lo capisce, nel momento in cui si rende conto che tra gli anni trascorsi in galera e quelli passati a vendicarsi ha perso momenti importanti della sua vita che nessuno potrà mai restituirgli. Libro consigliato.

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