Patrimonio di Philip Roth: come uccidere il proprio padre

di Barbara Commenta

 Philip Roth, vincitore nel 1997 del Premio Pulitzer per Pastorale Americana, è uno degli scrittori contemporanei più amato e più detestato. Io per prima, devo ammetterlo, non riesco a reggere alcuni suoi personaggi e certe descrizioni della loro vita.

Perciò quando mi hanno regalato Patrimonio, edito da Einaudi e considerato dalla critica un Roth minore, l’ho accolto con diffidenza e dopo qualche pagina, esercitando il diritto di non finire un libro, l’ho abbandonato sul comodino.

Qualche tempo dopo l’ho ripreso e mi sono imbattuta in una descrizione molto forte e incisiva dei rapporti tra padre e figlio. Ci sono dunque alcuni romanzi che dobbiamo concederci il diritto di rileggere quando siamo pronti ad affrontarli e ad accettarli oltre che a comprenderli. Leggere Proust a diciotto anni, per esempio, può aiutarci a familiarizzare con un livello di lettura e scrittura, ma leggerlo a quaranta e poi a cinquanta fa sicuramente tutt’altro effetto.

Torniamo però a Patrimonio. Antefatto: Philip Roth sta assistendo suo padre. Di ritorno dall’ospedale, incontra un tassista particolare che, convinto che Roth sia un medico, gli racconta di una non troppo felice infanzia e di come alla fine si sia vendicato spaccando i denti a suo padre.

Alla fine, soddisfatto di questa sorta di seduta terapeutica ambulante, il tassita fa uno sconto sulla corsa allo scrittore, che così commenta l’incontro:

[…] la faccia che, come vidi in quel momento, era quello di un bambinone, di un grasso, rancoroso, infantile bevitore di quarant’anni, si era distesa in un sorriso soddisfatto, segno che, alla mia primissima uscita professionale, si era effettivamente realizzato un transfert.

Ce l’aveva fatta, come no, era veramente riuscito ad annientare suo padre. Lui, pensavo, appartiene alla primitiva orda di figli che, come Freud amava congetturare, sono capaci di annullare il padre con la forza: che lo odiano, lo temono e, dopo averlo vinto, lo onorano divorandolo.

E io appartengo all’orda che non sa muovere un dito. Non siamo fatti così e non siamo capaci di farlo, ai nostri padri come a nessun altro. Siamo i figli atterriti dalla violenza, senza la minima capacità di infliggere dolore fisico, negati alle botte e alle randellate, in capaci di polverizzare anche il nemico che più se lo merita, ma non necessariamente senza turbolenza, ira, ferocia addirittura. […]

Quando devastiamo, quando cancelliamo, non è con scariche di pugni o spietate maccinazioni o violenze folli e incontrollate, ma con le parole, col cervello, con le pacapacità mentali, con tutta la roba che ha prodotto l’abisso struggente fra i nostri padri e noi, e che ssi stessi si sono rotti la schiena per darci.

Adesso lascio la parola a voi, lettrici e lettori di Libri e Bit: amate o detestate Roth? Qual è il romanzo di Roth che amate di più? Che ne pensate di Patrimonio? Infine, vi ritrovate in questa descrizione?

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