La biblioteca dei libri proibiti, di John Harding: recensione

di Valentina Cervelli Commenta

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Non è stato un libro facile da leggere “La biblioteca dei libri proibiti” di John Harding. E’ rimasto per mesi a languire dopo un inizio quasi entusiasta, salvo poi essere finito ieri di gran carriera, per distrazione e perchè era inaccettabile umanamente che rimanesse abbandonato a se stesso.

Come potrete immaginare ho sviluppato due sentimenti: quello di ammirazione per una trama basata su enigmi, e quello di scocciatura  in merito a due distinti fattori: il finale e lo stile. Sarò esagerata io, ma in certi punti lo ho trovato di una pesantezza così assoluta che quasi quasi piuttosto mi sarei rimessa a leggere “L’incendiaria” di Stephen King che è un libro che cordialmente detesto apertamente. Il fascino per questa protagonista che impara a leggere da sola, costretta a crescere in un mondo chiuso e davvero poco edificante se non per gli “escamotage” che lei stessa inventa per raggiungere la biblioteca è stata la prima cosa che mi ha colpita.

Certo, man mano il libro cresce in intenzioni ed  in enigmi, ma inizia ad essere meno digeribile in quanto a stile. Di sicuro molte persone non condivideranno questo mio punto di vista, ma la delusione è stata davvero tanta. A tal punto da costringermi quasi ad abbandonare il libro per tante settimane. Mi era passata la voglia di andare avanti. Poi ha però prevalso il classico comportamento da persona rispettosa degli impegni e così l’opera è stata completata. Personalmente non ho mai letto nulla di Henry James, ma sembra che John Harding abbia “copiato” a man bassa da “Giro di Vite” di quest’ultimo. Per come poi si è evoluta la questione, lasciatemelo dire, probabilmente lo ha fatto in malo modo.

Quindi posso dirvi due cose con certezza: la prima è che non ve lo consiglio a meno che non abbiate una passione per il genere ( a voi lo stile potrebbe comunque piacere, quindi non chiudo a priori, N.d.R.) e la seconda è che mai copertina e titolo furono più fuorvianti.

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