The Hunger Games, di Suzanne Collins: recensione

di Valentina Cervelli Commenta

Come definire The Hunger Games di Suzanne Collins? Una bella domanda, davvero. Non mi è dispiaciuto, son sincera. La storia è entusiasmante, sebbene non mi abbia fatto venire voglia di vedere il film. Ma non è stato di mio eccessivo gradimento lo stile della narrazione. E questo sì che ha rappresentato un problema.

Sarò fissata, è sicuramente un mio difetto, ma come lettrice, la storia può anche appassionarmi, ma se non mi prende appieno lo stile con il quale è scritta, qualcosa va perso, definitivamente. L’ambientazione del romanzo è fantastica, e sebbene dopo averlo letto ho sempre di più la conferma che mi ricordi alcuni scenari post-apocalittici alla Stephen King dei primi anni, l’ho gradita davvero. Ma ho fatto fatica a leggerla.  E non è un problema di prima persona nella narrazione. Insomma, non prendiamoci in giro: io adoro i libri narrati in prima persona. E’ stato proprio un ostacolo di stile.

Ci ho pensato a lungo prima di proporvi questa recensione. Ho provato a leggere qualche stralcio in inglese in rete e mi sono resa conto che non è un problema di traduzione, ma di scelta stilistica. E cosa fare in quei casi se non accettare le prime impressioni che si hanno ed andare avanti con la lettura? E’ quello che ho fatto. La storia, di per sé stessa rende palese il perché ne sia stato tratto un film di successo e perché lo stesso sia diventato praticamente un cult.  Per ciò che mi riguarda, e so che molti estimatori della saga grideranno all’abominio, io non riesco ad andare più della sufficienza nel giudicare questo romanzo.

Anche se, forse, più in là gli darò una seconda possibilità per vedere se con il tempo la mia impressione possa cambiare.  Le parole e lo stile di certo non cambieranno, ma potrei “allenare” la mia mente nel frattempo ad accettarli.

Photo Credit | Getty Images

 

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