Bastogne, di Enrico Brizzi

Oggi voglio raccontarvi Bastogne. Si tratta di una recensione particolare da scrivere per me perché si tratta di un libro scritto dal primo autore italiano che mi abbia veramente appassionato, Enrico Brizzi. Non vi nascondo che negli anni ai miei occhi ha perso quella freschezza e quella chiarezza soprattutto che lo contraddistinguono.  Bastogne fa parte ancora della “versione” d’autore che preferisco , con i suoi pregi ed i suoi difetti.

Se c’è una caratteristica che apprezzo davvero molto del primo Brizzi è la sua spontaneità. E questo essere pulp  del libro in questione è spettacolare, sebbene vi ravvisi una certa ispirazione presa in Trainspotting. Soprattutto in quel suo essere denigratorio, violento, o ancor meglio in quella mescolanza di menefreghismo e cattive azioni nella quale i protagonisti si crogiolano, sia come spettatori che come protagonisti.

Si tratta di un libro scritto nel 1996, definito da molti critici come facente parte del circuito “giovanilista” dello scrittore.  In barba ai critici mi viene spontaneo sottolineare come questa sua maniera di guardare il mondo, arrabbiato, sia forse la più vera maniera di farlo. E quella che in qualche modo si discosta dai tanti romanzi pulp che riempiono le biblioteche.

Non dimentichiamoci che parliamo di un romanzo che dalla sua archivia sia la capacità di “schifare” il lettore con i comportamenti violenti dei ragazzi, sia di attrarli verso i protagonisti, dando modo attraverso le loro debolezze, sottilmente evidenziati, di provare una sorta di immedesimazione pur creando lo sdegno per le loro azioni.

Ho sempre pensato si trattasse di molto più che un romanzo pulp. E questa sensazione è perdurata anche in età più adulta quando, come ora, mi è capitato di leggere il libro di nuovo. Non si tratta di un inno alla giovinezza, quanto uno sguardo duro ed una analisi precisa di dove il nichilismo dei giovani possa portare. In ogni epoca: ricordiamoci infatti che la storia si svolge tra  Nizza e Bologna nei primi anni 80.

 

 

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