Joumana e Shahrazad: le donne arabe sono libere

di isayblog4 Commenta

Joumana Haddad è una giornalista araba, libanese per l’esattezza. Ha quarant’anni e segue le pagine culturali del contestatissimo quotidiano An Nahar. Contestato perché considerato di centro sinistra e boicottato, così come sono boicottati i giornalisti che vi lavorano.

Il suo editore Gebran Tueni venne assassinato nel 2005. Tutto questo per chiarire in che posizione si trova l’autrice del libro Ho ucciso Sharazad.

Joumana Haddad è però anche poetessa e fondatrice della rivista Jasad che in arabo vuol dire corpo. Le poesie della Haddad sono poesie erotiche e la sua rivista viene considerata pornografica.

In realtà cerca di esplorare il discorso sul corpo attraverso la letteratura, l’arte, la scienza. Argomenti tabù per molti arabi, come lo sarebbero in realtà anche per molti italiani. Perché dunque leggere questo libro?

In un periodo in cui la riflessione delle donne sulle donne sta riguadagnando terreno, penso sia davvero importante confrontarsi con le donne di cultura diversa dalla nostra. Uno sguardo sulla loro condizione, o su quella che noi pensiamo essere la loro condizione, non può che allargare i nostri orizzonti.

Per arrivare a scoprire, in realtà, che c’è un comune sentire, un comune pensiero femminile che attraversa lo spazio e il tempo e rivendica la propria necessità ad esistere e che esplora le proprie possibilità anche attraverso la lettura, spesso di testi considerati pericolosi dal mondo che ci circonda.

Dice la Haddad:

Quindi essere donna significa essere, e voler essere, se stessa e nessun altro. E, soprattutto, non desiderare di essere un “uomo”: né l’uomo padre, né l’uomo marito, né l’uomo amante, né l’uomo fratello o l’uomo figlio.
Significa che una donna deve essere in grado di sostenere questo sé, il proprio sé, con il coraggio, l’inconscio, il corpo e la mente. Senza paura, panico, diffidenza, tabù, vergogna o altri ostacoli personali e sociali, visibili o celati.
Significa che deve sostenere tutto questo senza preoccuparsi che un uomo “approvi” il suo successo o giudichi il suo fallimento.
Significa prendere, anziché aspettare che le sia dato.
Perché una donna è l’unica esperta di sé ed è la propria unica guida. E’ lei l’unico riferimento per il proprio corpo, il proprio spirito e la propria essenza.

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