I diritti del lettore di Pennac. Nono, il diritto di leggere a voce alta

di Barbara Commenta

Durante le famigerate ore di italiano, famigerate a causa della nostra professoressa, speravo sempre che chiedesse a me di leggere i brani che avremmo analizzato durante la sua lezione. Leggere a voce alta e contemporaneamente comprendere bene un testo non è sempre facile, però è elettrizzante.

All’università ho letto praticamente tutto l’Otello a voce alta, camminando per la casa e declamando il testo in lingua originale. I personaggi prendevano forma, così come le emozioni. Non era tutto nella mia testa: la rabbia di Otello e lo strazio di Desdemona avevano un corpo e si muovevano da una stanza all’altra come fantasmi appena evocati.

I reading, ovvero ascoltare direttamente dall’autore i suoi versi o un brano del suo ultimo romanzo sono davvero emozionanti. Se poi chi legge ha anche una buona dizione e una buona pronuncia è come se ti facessero un massaggio al cervello. Dite che sto esagerando?

Pensate a quando eravate bambini e vi facevate raccontare a ripetizione la vostra favola preferita, possibilmente arricchita da smorfie e movenze che facevano assomigliare genitori e baby sitter al lupo e alla nonna di Cappuccetto Rosso.

Certo, Pennac vola più in alto quando parla del diritto di leggere a voce alta, citando ad esempio Kafka. In effetti, se siete aspiranti scrittori, niente di meglio che leggere alcune pagine del vostro romanzo ad un uditore. Le parole in bocca prendono o perdono ritmo e significato. Ciò che sulla carta sembrava assolutamente perfetto, una volta stampato e letto può perdere molto del suo fascino. Che ne dite, vi va di fare una prova una volta chiuso il computer?

Strana scomparsa, quella della lettura a voce alta. Cosa avrebbe pensato Dostoevskij? E Flaubert? Non si ha più diritto di mettersi le parole in bocca prima di ficcarsele in testa? Niente più orecchie? Niente più musica? Niente più saliva? Parole senza più gusto? E poi cos’altro! Forse che Flaubert non se l’è urlata fino a farsi scoppiare i timpani, la sua Bovary? Non è forse la persona in assoluto più adatta per sapere che l’intelligenza del testo passa attraverso il suono delle parole da cui scaturisce tutto il loro significato?

E non è lui che più di ogni altro sa, lui che si è azzuffato con la musica intempestiva delle sillabe e la tirannia del ritmo, che il significato si pronuncia? Cosa? Testi muti per puri spiriti? A me, Rabelais! A me, Flaubert! Dostoevskij! Kafka! Dickens, a me! Giganteschi urlatori di senso, accorrete! Venite a soffiare nei nostri libri! Le nostre parole hanno bisogno di corpo! I nostri libri hanno bisogno di vita!

Photo Credits | Nic’s event

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