Recensione de La piramide del caffè, di Nicola Lecca

di isayblog4 Commenta

Ne La piramide del caffè di Nicola Lecca convivono ambienti e protagonisti completamente diversi: dall’orfano Imi, un ragazzo abbandonato in tenera età in un orfanotrofio ungherese, ai giovani londinesi, soddisfatti in ogni loro esigenza e viziati da un mondo che sembra accontentarli per ogni capriccio.

Cresciuto tra le confortanti mura dell’orfanotrofio, un luogo gestito con giustizia e uguaglianza, Imi partirà in seguito per Londra dove inizierà a lavorare nella catena di caffetterie Proper Coffee. Affascinato dalla metropoli e finalmente libero di poter trovare il proprio spazio nel mondo reale, Imi inizierà a fare conoscenza con le ingiustizie e le ipocrisie di una nuova realtà rinunciando a quel fascino e a quella perfezione, fittizia, che i suoi occhi, nuovi a quella realtà, gli avevano inzialmente mostrato. La semplicità e l’ingenuità di Imi, prima digiuno a torbide e scandalose politiche aziendali, perderanno consistenza fino perdere consistenza del tutto.

A condividere i suoi pensieri e la sua frustrazione e ad infuriarsi per i soprusi subiti, vi saranno Jordì, un collega spagnolo, e Lynne, coinquilina sincera e “materna”. Il coraggio di Imi, però, incanterà presto anche una famosa scrittrice che, venuta a conoscenza della sua situazione, correrà in suo soccorso regalando a Imi un incredibile tesoro…

Il romanzo è piacevole grazie alla definizione precisa e veritiera del carattere del protagonista capace di commuovere il lettore con modi e parole gentili facendo trasparire una gentilezza e serenità incredibile che, come racconterà poi lo scrittore nell’epilogo, è propria dell’orfanotrofio da cui egli ha preso spunto durante la scrittura del romanzo. L’unica pecca del romanzo, se di pecca vogliamo parlare, è l’uso bizzarro che Nicola Lecca fa del termine “panettoncini” in riferimento ai tipici muffin. Essendo narrato in terza persona riesce difficile comprendere l’uso di una scelta lessicale così ambigua: da lettrice italiana ammetto di aver trovato più bizzarro l’uso di un “traducente” italiano piuttosto che il termine originale corretto… Chissà.

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