Jorge Luis Borges, il cieco ignorante

di Barbara Commenta

Mi tocca ringraziare i Doodle di Google: senza di loro non avrei saputo che oggi è il “compleanno” di Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986). In realtà non dimentico solo i compleanni degli scrittori, ma anche quelli di tutti i miei amici, ma questa è un’altra storia.

Torniamo a Borges. Con questo scrittore argentino ho un rapporto di amore odio, come con tutti gli scrittori dell’area latina. Ne sono affascinata, li trovo interessanti non solo come scrittori, ma come persone, eppure non riesco ad appassionarmi alla loro opera. Dopo ogni romanzo, sono talmente piena di immagini, suggestioni, emozioni, idee, che non riesco a riprenderne subito un altro.

Con Borges è stato lo stesso. Quello che amo di lui, più dei suoi romanzi sono le poesie e le considerazioni che ha fatto, e che ho ritrovato in rete, sulla scrittura. Malgrado la sua grandezza, Borges si considerava più un lettore che uno scrittore. Uno dei suoi versi più famosi recita:

Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto;
io sono orgoglioso di quelle che ho letto.

Considerando che lo ha detto uno scrittore che è riconosciuto tra i più importanti e influenti del ventesimo secolo fa una certa impressione. Borges giocò sempre con la relazione verità/menzogna. D’altronde Borges sapeva che, in qualche modo, era da persone serie non prendere tutto sul serio.

La sua era una vera e propria “visione” della vita o se vogliamo filosofia, visto che era, oltre che uno scrittore, anche un filosofo. La non linearità del tempo, dell’esistenza, dell’identità, lui sapeva raccontarli, intuirli, indirizzando il lettore, attraverso il fantastico, alla ricerca del significato nascosto, eppure tanto semplice, a volte, della vita intera.

In Italia, molte delle sue opere sono edite da Adelphi. Vi lascio con una citazione tratta da uno dei suoi libri più famosi, L’Aleph (pubblicato per la prima volta nel 1949):

L’incandescente mattina di febbraio in cui Beatriz Viterbo morì, dopo un’imperiosa agonia che non si abbassò un solo istante al sentimentalismo né al timore, notai che le armature di ferro di piazza della Costituzione avevano cambiato non so quale avviso di sigarette; il fatto mi dolse, perché compresi che l’incessante e vasto universo già si separava da lei e che quel mutamento era il primo di una serie infinita.

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