Arancia Meccanica, di Anthony Burgess: recensione

di Valentina Cervelli Commenta

Ve l’avevo promessa qualche giorno fa ed ho mantenuto l’impegno. Oggi parleremo di Arancia Meccanica, di Anthony Burgess. E ringraziando il cielo non ha rappresentato un’eccezione: meglio il libro del film. Con qualche piccolo distinguo ovviamente, ma potrei anche arrivare a suggerirvelo come lettura.

Non so dirvi se in parte abbia contribuito il mio odio atavico per Stanley Kubrick a farmi piacere più il romanzo di Anthony Burgess rispetto al film. Quel che è certo è che il libro ti pone davanti ad una vista completa dell’insieme. Tu lettore vedi Alex ed i suoi “soma” come dei violenti, atroci esseri che non son degni nemmeno di essere paragonati agli animali più “cattivi” presenti in natura. Ma ne interpreti in qualche modo i pensieri, perché è attraverso i ragionamenti, se così li vogliamo chiamare, del protagonista che sei costretto ad osservare tutto.

E ti rendi conto che alla fine il libro non è solo un racconto sulla violenza che può scaturire nei giovani, ma è un’analisi attenta del rapporto genitori figli e di come alla fine il sentimento sia regolatore di tutto. O meglio, devo spiegarmi: in entrambe le versioni di Alex sembra esserci un congelamento di sentimenti che è negativo, sia quando è troppo violento che quando forzatamente buono. Ovvio che la sua “seconda versione” è socialmente più accettabile, ma… anche il condizionamento, a livello pratico quanto può essere giusto? Insomma, c’è da riflettere e non poco, diciamocelo. E solo per questo motivo ve lo consiglierei.

Per ciò che riguarda lo stile e non avendo altri termini di paragone dello scrittore, va detto che lo scorrimento della lettura segue un po’ il ritmo della vita di Alex: più veloce e frenetico nella prima parte,  più lento e particolare da gestire nella seconda. Interessante comunque. E sebbene non avrei mai pensato di dirvelo, fregatevene dello stile e leggetelo, ne vale la pena.

Photo Credit | Getty Images

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