Le vie dei canti di Bruce Chatwin, recensione

di Barbara Commenta

 La lettura de Le vie dei canti di Bruce Chatwin mi è stata praticamente imposta: devi leggere questo libro, mi ha detto un amico, ti cambierà la vita o almeno il modo di pensare alla vita. E non dimenticare il walkabout. Così mi sono messa in marcia verso l’Australia e verso i miti aborigeni, in compagnia di questo famosissimo viaggiatore e scrittore inglese,scomparso a soli quarantanove anni nel 1989.

Pur essendo una molto sedentaria amo sia la narrativa di viaggio che quella più avventurosa: recentemente ho letto i Diari di viaggio di Virginia Woolf e tengo sempre a portata di mano Racconti di pareti e scalatori. Non immaginavo però quanto Chatwin avrebbe saputo affascinarmi e coinvolgermi in modo molto più intenso delle mie precedenti letture.

I racconti che Chatwin ci offre del suo viaggi sono una sorta di esperienza a trecentosessanta gradi: non ci consentono “semplicemente” di incontrare e conoscere un’altra cultura, quella aborigena in questo caso, ma di conoscere tante persone diverse ovvero tutte quelle che lo scrittore incontra nel suo percorso e che ci racconta e ci descrive rendendoli quasi presenti ai nostri occhi.

Poi c’è un terzo percorso che compiamo con lui e che lo riguarda direttamente ed è il suo percorso conoscitivo. Ci racconta il suo modo di viaggiare, di scrivere, di prendere appunti e percepiamo chiaramente le sue reazioni man mano che scopre questa mitologia così complessa e diversa da quelle che siamo abituate a frequentare.

Il concetto più interessante, poi, è proprio quello del walkabout, del muoversi, del camminare per creare e conoscere il mondo. Per riappropriarsi di quella parte del territorio che ogni aborigeno sa di possedere per diritto di nascita (e che gli viene donata sotto forma di strofe da cantare nel momento stesso in cui scalcia la prima volta nella pancia di sua madre).

Le vie dei canti, denominazione occidentale per i percorsi aborigeni, sono in pratica una mappatura dell’intera Australia, realizzata sulla base di racconti mitologici sulle origini del mondo, tramandati oralmente. Non posso farvene qui un riassunto completo, vi invito però a leggere questo straordinario romanzo/documentario che con un tono colloquiale riesce a darci l’impressione di trovarci in ogni bar, ogni città, ogni pezzo di deserto in cui è stato anche Chatwin. E non dimenticate, naturalmente, il walkabout.

Misi le matite in un bicchiere con accanto il coltellino dell’esercito svizzero. Tirai fuori qualche notes e, con l’ordine maniacale che accompagna l’inizio di un progetto, sistemai i miei taccuini «parigini» in tre pile ordinate. In Francia questi taccuini si chiamano carnets moleskines: moleskine, in questo caso, è la rilegatura di telacerata nera. Ogni volta che andavo a Parigi, ne compravo una scorta in una papeteiú di Rue de l’Ancienne Comédie. Avevano le pagine quadrate e i risguardi trattenuti da un elastico. Li avevo numerati in progressione. Sul frontespizio scrivevo il mio nome e indirizzo e offrivo una ricompensa a chi lo ritrovava. Perdere il passaporto era l’ultima delle preoccupazioni; perdere un taccuino era una catastrofe. In vent’anni e più di viaggi ne ho persi soltanto due. Uno era scomparso su un autobus afghano.

Autore: Bruce Chatwin
Titolo: Le vie dei canti
Traduzione di Silvia Gariglio
Editore: Adelphi
Anno: 1988
Pagine: 390
ISBN 9788845903069

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