Sequel di un libro: quando ne vale la pena?

di Valentina Cervelli Commenta

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Quando il sequel vale la pena che sia scritto? Ve lo siete mai chiesti? Io negli ultimi tempi praticamente in continuazione. E per ogni genere di libro: horror, gialli, chick-lit. Se una storia funziona bene, è scorrevole e può sopravvivere anche con un finale aperto, perché azzardarsi a scrivere o mettere in cantiere un sequel? Non si rischia di rovinare tutto?

E’ una domanda più importante di quello che sembra. Non parliamo infatti di saghe, per le quali spesso e volentieri i lettori pagherebbero di tasca loro e direttamente l’autore per continuare la storia o farebbero di tutto (ricordate Kathy Bates in Misery di Stephen King?, N.d.R). Recentemente ho avuto a che fare con due chick lit: uno che apprezzavo a prescindere per via del film  “Se solo fosse vero” di Marc Levy, e “Something Borrowed”, di Emily Giffin, acquistato più per noia che per altro per noia e per il basso prezzo.

E come sempre accade (per contrappasso), ho apprezzato meno “Se potessi rivederti”, sequel dello scrittore francese, che “Something Blue” che ho deciso per forza di accaparrarmi in lingua originale perché attualmente non disponibile tradotto nel nostro paese. E’ stato più forte di me. Un estratto mi ha fatto comprendere che aveva del potenziale. E non ho resistito.  Il problema è uno: se di sequel si deve perire, esso deve essere in grado di soddisfare le aspettative, raccontare qualcosa di nuovo, essere in grado di emozionare. Insomma, le sue fondamenta devono essere forti e l’intreccio deve essere ben scritto e composto.

Non può vivere della rendita del libro che lo precede. Ed è questo che io ho provato leggendo il libro di Mark Levy: le mie aspettative sono rimaste deluse. Al contrario di ciò che sta accadendo con il libro della Giffin. La morale? E’ meglio un finale aperto ad un romanzo composto per motivi economici. Quando la magia viene persa… non ne vale la pena di scrivere un sequel.

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