Frankenstein di Mary Shelley, recensione

di Valentina Cervelli Commenta

L’estate e la voglia di qualche certezza fanno in modo che si abbia voglia di concedersi un classico. Per scegliere qualcosa di più vicino ai miei gusti mi sono buttata su una storia dell'”orrore” come Frankenstein di Mary Shelley.  Sono sempre stata appassionata della vita della scrittrice quanto mai delle sue opere: mi sono decisa a mettere un punto su questa cosa.

Sono contenta di averlo fatto? Si e no. E tento di spiegarmi immediatamente con paragone. E’ come un dolce brutto dal buon sapore. Ovvero mi piace la storia ma non mi piace come è scritta. Comprendo che lo stile è antico, ma ci sono dei classici che decisamente scorrono di più di Frankenstein di Mary Shelley. E’ lo stile di scrittura che trovo un tantino prolisso e Dio solo sa quanto lo sono io quando parlo. Ecco quindi che se mi imbatto in qualcosa che riesce a superarmi… decisamente non va. Al contrario la storia di per se stessa è grandiosa e rispetto a tutte le messe in atto cinematografiche ha quel qualcosa in più che spesso solo un libro ha. Vi è meno spettacolarizzazione della morte e dei passaggi cruenti e si va nel profondo dei sentimenti e delle sensazioni.

Ed è questo che in fin dei conti ci si aspetta da un buon romanzo: che sappia cogliere quel che è necessario e che trovi il modo di condividerlo con il mondo. Mary Shelley con Frankenstein ci riesce anche se ripeto, non mi piace il suo stile. E’ un libro consigliato? Senza dubbio.

 

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