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Storia di Irene di Erri De Luca, recensione

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Un libro breve, tre storie. Ma che lasciano il segno e questo è impossibile da non notare. Sia che si sia fan di Erri De Luca o che lo si detesti cordialmente,  è evidente che “Storia di Irene” sia un capitolo della sua bibliografia, tra i più semplici e contestualmente uno dei più interessanti da leggere.

Definire la sua prosa particolare è contemporaneamente un complimento ed un modo per esprimere in qualche modo lo spiazzamento che ci si può trovare a sentire quando ci si abbandona alla lettura di una sua opera. Erri De Luca è un autore che a me piace definire “visionario” sebbene non magari sempre nel senso più stretto del termine. Le sue storie ti portano a riflettere sulla vita e sul significato di tante azioni, a prescindere dalla loro trama. E questo è visibile in tutti e tre i racconti presenti nel libro. Devo ammetterlo, mi è piaciuto. Ma per quanto lo scrittore meriti essenzialmente ogni singolo riconoscimento che gli viene fatto, non posso dire di amarlo particolarmente o di aver pensato che avrei con gioia letto tutta la sua intera biblioteca.

Questa è prosa…poetica. E dotata quindi di un appeal del tutto particolare. E questo non è altro che un merito. Diversamente da ciò che faccio di solito, voglio lasciarvi la sinossi.

Tre storie “di mare”. “Storia di Irene l’anfibia”. E la storia di Irene, cresciuta insieme a due delfini, e promessa in sposa a uno di loro, ed è la storia di una meravigliosa sirena che, non più accetta alla terra, sgualdrina incinta, si sottrae all’uomo che l’ha ascoltata e ora vorrebbe trattenerla, raccontandole a sua volta storie incantatrici. L’incontro fra mare e terra avviene su un’isola stordita dal sole di giorno, martellata di stelle la notte, un luogo miracoloso e crudele che non accetta il mistero di Irene, e della sua bellezza di pesce­fanciulla. “Il cielo in una stalla”. Cinque scampati alle rappresaglie tedesche si trovano in una stalla e devono guadagnare la salvezza attraversando nottetempo il mare che divide Sorrento da Capri (terra liberata). Prendono posto in una barca e a loro si unisce un ebreo che canta la sua preghiera mentre il profilo dell’isola appare nel buio. La storia di questa traversata è il racconto dell’intesa, che nasce fra quell’orante di religione ignota e il padre del narratore, ateo convinto. “Una cosa molto stupida”. Un vecchio, magro magro, senza denti, mal tollerato dalla famiglia sgattaiola fuori dalla casa, malgrado il freddo vento dell’inverno, e va a cercarsi un posto riparato davanti al mare. S’è messo in tasca una mandorla e ora la apre e se la infila, beato, in bocca come un’ostia. Ricorda, a occhi chiusi, quando fu salvato dalle acque, in tempo di guerra, e restituito alla vita.