Inseguendo l’ombra di Andrea Camilleri, recensione

di Valentina Cervelli Commenta

Devo ammetterlo, sono decisamente più fan di questi libri storici di Andrea Camilleri che della sua collana dedicata alle avventure del Commissario Montalbano. Ed in particolare “Inseguendo l’ombra” è secondo me una delle storie più riuscite dell’autore. L’ispirarsi a fatti realmente accaduti aggiunge quel pizzico di grandiosità in più alla sua prosa.

Sembra che il suo interesse per Flavio Mitriade, il famoso precettore del grande Pico della Mirandola sia nato un giorno del 1980 in casa di un amico e che da lì siano nate tante e tante ricerche.  Secondo Sciacia, Mitriade sarebbe stato in realtà un siciliano, nato a Caltabellotta sotto il nome di Samuel ben Nassim Abul Farag, da una famiglia ebrea e poi convertito, seguendo un percorso tortuoso, alla fede cristiana col nome di Guglielmo Raimondo Moncada. Andrea Camilleri in realtà ne ricostruisce la vita a metà tra una biografia ed un romanzo. A tal punto che forse definirlo libro storico non va bene comunque. Ma poco importa. Il risultato ottenuto con “Inseguendo l’ombra” è davvero perfetto.

Era da tempo che un libro di questa tipologia non catturava la mia attenzione. E lo ha fatto nel migliore dei modi e con semplicità. Anche perché alla fine Andrea Camilleri approccia il tutto con una certa umiltà che difficilmente ho riscontrato in suoi altri libri. Insomma, tra il tema e lo svolgimento, il libro è assolutamente tra i più consigliabili che abbia mai letto. Di sicuro tra quelli degli ultimi mesi. Sinossi per voi:

Caltabellotta, provincia di Agrigento, 1465. Samuel Ben Nissim appartiene alla comunità ebraica, ha quindici anni, la rotella di panno cucita sulla camicia a marcare la differenza con i cristiani. È svelto e colto, conosce già varie lingue. Il padre Rabbi Nissim nutre grandi ambizioni per quel figlio che istruisce anche nella qabbalaq. Ma il destino decide diversamente, le circostanze costringono il ragazzo a trovare rifugio in un convento di frati. Così la giovane promessa diventa un ebreo convertito, disprezzato dalla comunità giudaica, maledetto dalla sua famiglia, Samuel si chiude fra le mura del convento, vuol sbiadire nella memoria dei suoi. Addottrinato nella fede cattolica, al momento della conversione prende il nome di colui che lo tiene a battesimo, il conte Guglielmo Raimondo Moncada, poi si stabilisce a Roma, diventa prete e grande è la sua fama di predicatore. Giunge all’apice della sua carriera ecclesiastica nel 1481 quando il venerdì santo recita davanti al papa Sisto IV il sermone sulla Passione. Poi però succede qualcosa: «caduto in grave errore» – questo solo dicono i documenti – perde lo stato ecclesiastico e scompare. Lo ritroviamo dopo qualche tempo con il nome di Flavio Mitridate – il re del Ponto era famoso per la conoscenza delle lingue oltre che per la resistenza al veleno – che insegna a Pico della Mirandola la cabala e le lingue orientali. Ma i motivi della scomparsa, la necessità di cambiare nome e identità, la vicenda dell’omicidio che si dice abbia commesso, i rapporti ambigui con Pico della Mirandola rimangono avvolti in una sfuggente segretezza. Così come la sua fine, non si conosce né la data né le cause della morte.

 

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