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Classici russi: meno difficili del previsto

 
Barbara
14 maggio 2011
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http://www.youtube.com/watch?v=ZXsbl_FMTpQ

Parlavo ieri di Anna Karenina con mio marito. In casa siamo molto rispettosi dei luoghi comuni sulla lettura, perciò io leggo per lo più romanzi e lui saggi. L’unico romanzo cui ha mostrato qualche interesse è I fratelli Karamàzov di Fëdor Michajlovič Dostoevskij.

Non è un caso. Dostoevskij viene citato in molti volumi di filosofia per le complesse questioni affrontate nei suoi romanzi e per il famoso capitolo de I fratelli Karamàzov intitolato Il grande inquisitore. Qui l’autore immagina un Cristo che, tornato sulla terra, viene nuovamente imprigionato e condannato a morte, perché il suo messaggio rende gli uomini liberi e quindi non gestibili da un potere autoritario.

Quando ho preso tra le mani il primo volume de I fratelli Karamazov per la prima volta l’ho fatto con un po’ di fatica e con una pessima disposizione d’animo: ero convinta che sarei avrei dovuto fare sforzi notevoli per cominciarne e proseguirne la lettura.

Con mia grande sorpresa, ho scoperto che per gli scrittori russi scrivere bene non equivale a scrivere in modo incomprensibile, che Dostoevskij usa un linguaggio davvero accessible (certo, rendiamo onore e merito anche ai diversi traduttori che hanno lavorato sulla sua opera).

Ho provato la stessa sensazione leggendo Anna Karenina. Allora perché gli autori russi sono considerati “pesanti”? Non certo per il loro stile, ma perché, dopo averci trascinato in avventure, storie d’amore complicate, liti familiari ovvero dopo aver costruito intorno al lettore un mondo per lui familiare, lo portano lentamente a riflettere su temi fondamentali della nostra esistenza.

E’ il pensare che ci pesa, perché se ci atteniamo “semplicemente” alle storie raccontate, allora possiamo arrivare facilmente, anche se a tempo debito, a leggere anche l’ultimo volume di queste opere di ampio respiro.

Il fatto è che lentamente, come lumache cotte a fuoco lento, perdonatemi il paragone, cominciamo a sentire dentro di noi qualcosa che ci tormenta, ritorniamo inevitabilmente ai quesiti che, volenti o nolenti, tutti noi ci siamo posti e ci poniamo.

Comincia così una lotta tra noi e il romanzo, tra la sete di conoscenza e di pensiero e la nostra voglia di pace e di evasione. Purtroppo, dobbiamo ammetterlo, spesso lasciamo vincere quest’ultima. Ma c’è sempre tempo per riprovare.

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